è proprio il momento del pippone sull’amore: nessuno legge nè scrive, e io mi dedico alla riflessione.
dunque, il principo azzurro non esiste.
gli esseri primitivi, come gli esseri umani, hanno poca fantasia. ciò che conoscono meglio (nella forma esteriore) è sè stessi, e dunque applicano questo stampino a tutto il mondo circostante. piove: sarà una divinità (antropomorfa) che così vuole.
la personificazione si estende dagli oggetti inanimati (feticismo) agli esseri viventi (con la gente che parla agli animali domestici), financo alle idee astratte, con l’invenzione di divinità umaniformi per la bellezza, la fortuna, la guerra. quest’ultimo è il caso del principe azzurro: il chiaro figuro è la personificazione del desiderio di un cambiamento radicale, di una vita migliore. espresso nella forma di qualcuno che venga a rendercela tale.
dunque. il principo azzurro non esiste, e anche ammesso che io voglia sentirmi biancaneve, è noto che i nani ce l’hanno più grosso. allora che si fa?
un’opzione è l’approccio “realista”, che nella versione radicale è ogni tanto abbracciato da angela (ma ogni tanto no). tanto vale essere razionali, e riconoscere che non c’è nessuno privo di difetti che possa radicalmente cambiare la nostra vita, e la versione da scuole medie dell’uomo che abbia sì difetti, ma proprio quelli che io meglio tollero è solo un sofismo medievale (nel senso di chi non ha ancora capito cos’è il relativismo). scegliere il meno peggio è dunque la soluzione: andarsi a capare chi può darci ciò che cerchiamo, anche se da principio non apparrà come il principe azzurro. poi, vuole la teoria, il sentimento non può che crescere e l’omino in questione un principe almeno azzurrino finisce per diventarlo.
ovviamente non può essere la soluzione per me. non tanto per l’insofferenza alla razionalità di cui scrivevo qualche giorno fa, che mi porta a desiderare la libertà di comportarmi istintivamente almeno nei due ambiti dell’amicizia e dell’amore. quanto proprio perchè la strizzata dello stomaco e la shackerata degli organi interni, che lo schiaffo della passione sa dare, è una componente fondamentale della mia felicità. “accontentarsi” non mi renderebbe felice, neanche col passare del tempo, perchè non credo che il sentimento possa effettivamente crescere dopo: se ne aggiungono altri complementari, questo sì (l’affetto, il senso di possesso e quello di condivisione, la serenità della certezza, l’abitudine, …), ma -almeno nella mia testa- la passione, o c’è dal primo minuto o non c’è.
mi si obietta che è una felicità transitoria e superficiale. che la passione prima o poi necessariamente scompare, non integrata ma sostituita dagli altri sentimenti di cui sopra. non credo sia necessario e inevitabile. la passione può continuare, se opportunamente coltivata: non ne ho le prove, ma preferisco rischiare.
che sia superficiale è vero, ma è proprio questa la morale della fiaba. la mia vita finora mi è proprio piaciuta (e sono infatti anche pronto a morire, questa cosa non la capisce mai la gente): tutto può migliorare, ma sono pronto a lavorare io per provarci, senza aspettare che tra le braccia mi cada un muratore carino dall’impalcatura. il cambiamento radicale, la rivoluzione della vita, è effettivamente possibile, e può portarla una nuova conoscenza, ma è una rivoluzione “superficiale”, negli occhi di chi guarda, non nella realtà del mondo. anche così, comunque, mi sembra del tutto sufficiente.
- ricercarlo (non ancora, non sono pronto)

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